Citazioni tratte dal libro "E MALEDIRANNO L'ORA IN CUI PARTORIRONO" di Marco Picone Chiodo

Citazioni tratte dal libro "IN CUI PARTORIRONO" di Marco Picone Chiodo

...Alfronte, in attesa del giorno X, la vita dei soldati si alternava tra gli abituali servizi di guerra e le frequenti riunioni politiche promosse dagli ufficiali di collegamento tra le forze armate ed il partito. Radunati negli agitpunkt (sede della sezione di propaganda) di reparto, essi ascoltavano i discorsi dei nuovi attivisti che li catechizzavano sui loro doveri verso lo Stato sovietico e, con l'aiuto dei giornali d'armata e dei bollettini di compagnia esaltanti le azioni di guerra e gli atti di valore, tenevano alto lo spirito militare.

Altra volta intervenivano ai lavori politici e qui, compagni politicamente preparati riferivano sulle loro esperienze di combattimento e davano consigli. Contemporaneamente un'intensa azione psicologica li preparava (ora che non c'era più un invasore da scacciare, una famiglia, una casa, la patria da difendere) ad accettare il supremo sacrificio per una guerra di conquista e, in particolare, ad odiare in maniera spietata il tedesco e tutto ciò che era tedesco. Da Mosca, a tal fine, arrivavano la "Krasnaja Zveda", l'organo delle forze armate, la "Pravda" e le "Isvestija" con articoli del propagandista dallo strano nome teutonico di Il'ja Ehrenburg,  e dei suoi collaboratori; e nelle riunioni si cominciò a leggerne e a commentarne, con martellante insistenza, i passi più salienti:

I tedeschi, appresero cosìi soldati, non sono esseri umani. D'ora in avanti il termine tedesco è per noi tutti la maledizione più orribile D'ora in avanti il termine tedesco ci spinge a scaricare un'arma. Noi non parleremo. Noi non ci commuoveremo. Noi uccideremo. Se nel corso di una giornata non hai ucciso nemmeno un tedesco, allora per te è stata una giornata perduta. Se tu credi che il tedesco invece che da te, sarà ucciso dal tuo vicino, allora tu non hai capito il pericolo. Se tu non uccidi il tedesco, sarà il tedesco ad uccidere te.

Citazioni tratte dal libro "IN CUI PARTORIRONO" di Marco Picone Chiodo

Egli arresterà i tuoi e li torturerà nella sua dannata Germania. Se tu non sei in grado di uccidere con una pallottola il tedesco, allora uccidilo con la baionetta. Se nel tuo settore vi è tregua e non è in corso una battaglia, allora uccidi il tedesco prima della battaglia. Se tu lasci in vita il tedesco, il tedesco impiccherà l'uomo russo e disonorerà la donna russa. Se tu hai ucciso un tedesco, allora uccidine un secondo. Per noi non c'è nulla di piú piacevole dei cadaveri tedeschi. Non contare i giorni, i chilometri, conta solo una cosa: i tedeschi che hai ucciso. Uccidi i tedeschi! Questo implora la tua vecchia madre. Uccidi i tedeschi! Questo implorano i tuoi figli. Uccidi i tedeschi! Cosí grida la nostra madre terra. Non perdere occasione! Non sbagliarti! Uccidi!

I tedeschi, sentivano dire con un crescendo, malediranno l'ora in cui calpestarono la nostra terra. Le donne tedesche malediranno l'ora in cui partorirono i loro feroci figli. Noi non infamiamo. Noi non malediamo. Noi siamo sordi. Noi ammazziamo.

Dalle pareti delle baracche di raduno l'immagine del "tedesco" Carlo Marx sembrava meditare accorato sulla strana analogia che esisteva tra questi concetti e quelli razzisti del nazista Rosenberg e strane quelle frasi dovevano apparire pure a qualcuno degli ascoltatori piú anziani che, avendo fatto la prima guerra, ricordava ancora i fraterni abbracci che, dopo la rivoluzione, russi e tedeschi si erano scambiati al fronte. Ma la massa, anche quella che, giungendo per la prima volta a contatto con le regioni sovietiche del'occidente e col mondo europeo, non aveva vissuto l'occupazione nazista e di conseguenza non aveva motivi di animosità od offese da vendicare, assorbiva quelle frasi, risonanti come un ordine, quasi fossero un dogma. A Nemmersdorf, questa massa aveva fornito una prima prova del perfetto indottrinamento ricevuto. Fra poco lo avrebbe dimostrato ancor meglio. A dicembre, come ultimo incentivo alla prossima lotta, fu annunciato all'Armata Rossa che ogni mese ogni soldato poteva inviare a casa sua, 8 kg (16 gli ufficiali) di merce ed oggetti "prelevati" in Germania.

L'autorizzazione ai liberi prelievi fu un provvedimento preso direttamente da Stalin nella sua veste di "Commissario del Popolo" alla Difesa (il testo del decreto, tradotto in tedesco, trovasi nella raccolta dei documenti della Repubblica Federale non resi pubblici). Verso la fine del conflitto, per rinsaldare anzitutto la disciplina dei reparti, i comandi militari furono costretti a emanare ordini del giorno e a distribuire volantini per porre un freno agli atti di vandalismo e di violenza, come attesta un ex ufficiale dell'Armata Rossa, VOGULOV, SABIK, Im besiegten Deutschland s.I., s.e., 1947. Gli articoli di incitamento all'odio verso i tedeschi erano per lo più ricavati da un libro di Ehrenburg intitolato"VOJNA"  ,Mosca 1943. Citazione dal libro "i fondamenti della politica Israeliana" di Garaudy nel 1942 il ministro britannico Lord Vansittart, vero apostolo dell'odio, allo scopo di giustificare il terrore provocato dai bombardamenti inglesi, disse:
Gli unici bravi tedeschi sono i tedeschi morti; dunque che piovano le bombe.

Citazioni tratte dal libro "IN CUI PARTORIRONO" di Marco Picone Chiodo

Nel luglio del 1944 Churchill inviò al suo capo di stato maggiore, generale Hastings Imay, un memorandum di quattro pagine, in cui propose il seguente progetto: "Voglio che riflettiate molto seriamente sulla questione dei gas asfissianti". E assurdo, in questo affare, tenere in conto la moralità, dal momento che tutti li hanno utilizzati durante l'ultima guerra, senza che ci fossero proteste da parte dei moralisti e della Chiesa. D'altra parte, allora i bombardamenti di città aperte erano considerati vietati; oggi tutti li praticano come una cosa che va da sé. Si tratta solo di una moda paragonabile al mutamento della lunghezza delle gonne

....."Voglio che si esamini freddamente quanto converrebbe utilizzare dei gas asfissianti, non bisogna farsi legare le mani da sciocchi principi ... "Potremmo inondare le città della Ruhr, così come altre città tedesche, in modo che la maggioranza della popolazione abbia bisogno di costanti cure mediche... Forse bisognerà attendere qualche settimana o anche qualche mese prima che io vi chieda d"inondare la Germania con i gas asfissianti e, se lo faremo, facciamolo in modo completo. Nel frattempo, vorrei che la questione fosse esaminata freddamente da persone sensate e non da persone travestite da cantori di salmi, guastafeste come se ne trovano qua e là".
Fonte: "American heritage", agosto-settembre 1985

Né Churchill, né Stalin, né Truman presero posto al banco dei criminali di guerra. Non più, d'altra parte, di quanto furono chiamati in causa gli autori dei più ignobili appelli al crimine. Citeremo solo due esempi, tra i più deliranti: per primo l'appello a un "genocidio", questa volta nel vero senso della parola, lanciato nel 1941 con il libro dell'ebreo americano Theodor N. Kaufman, Germany must perish (La Germania deve morire) la cui tesi principale è la seguente:
I tedeschi (quali che siano: antinazisti, comunisti o anche filosemití) non meritano di vivere. Di conseguenza dopo la guerra si mobiliteranno 20.000 medici perché ognuno sterilizzi 25 tedeschi al giorno, di modo che in tre mesi non ci sarà un solo tedesco capace di riprodursi e in 60 anni la razza tedesca sarà totalmente eliminata".

Si trattò di una bravata che alimentò l'antisemitismo: Hitler fece mandare in onda dei brani di questo libro da tutte la stazioni radio. In secondo luogo, Ilja Erenburg, nel suo Appello all'Armata Rossa, pubblicato nell'ottobre 1944, scrisse:
"Uccidete! Uccidete! Tra i tedeschi non ci sono innocenti, né tra i vivi, né tra chi deve nascere! Eseguite le istruzioni del compagno Stalin, schiacciando per sempre la bestia fascista nella sua tana. Spezzate con la violenza l'orgoglio delle donne germaniche. Prendetele come legittimo bottino. Uccidete, uccidete, valorosi soldati dell'Armata Rossa, nel vostro irresistibile assalto"

Citazioni tratte dal libro "IN CUI PARTORIRONO" di Marco Picone Chiodo

Costoro non figurarono tra gli accusati di Norimberga e neanche i capi di Stato che li avevano protetti. Né vi figurarono i responsabili ( gli anglo-americani ) del bombardamento su Dresda che fece 200.000 vittime civili e senza alcun interesse militare, giacché l'esercito sovietico aveva oltrepassato quell'obiettivo. Né vi prese posto Truman, colpevole dell'apocalisse atomica di Hiroshima e di Nagasaki che provocò 300.000 vittime civili, anche in questo caso senza necessità militare, perché la resa del Giappone era già stata decisa dall'imperatore.

Non toccò nemmeno a Berija e a Stalin, che darono la colpa ai tedeschi il massacro di migliaia di ufficiali polacchi a Katyn. Ecco degli estratti dal libro di Erich Kuby, intitolato I russi a Berlino. Longanesi 1969, Queste citazioni, provenienti da un'autore antifascista e amico dei sovietici dimostrano sia le responsabilità di Ehrenburg e dell'ufficio propaganda sovietico nell'incitare all'odio e allo stupro i militari sovietici sia i loro sforzi successivi per limitare i danni onde portare la popolazione tedesca dalla parte comunista.

Per i milioni di uomini, per " il popolo in uniforme ", che Zukov, Konev, Bogdanov ed altri comandanti dell'esercito guidarono verso l'Europa centrale, " l'occidente ", era un miracolo inebriante. Se le berlinesi si nascondevano nei piani superiori degli edifici alti, erano abbastanza al sicuro da violenze: la maggioranza dei soldati sovietici era cresciuta in case di legno ad un piano; gli alti edifici di pietra li mettevano in soggezione. Anche l'ufficiale Storia della grande guerra patriottica descrive la Germania fascista, la quale sarebbe " rimasta un avversario forte e pericoloso fino ai giorni precedenti il suo crollo completo ", con frasi di questo genere: " Tutti ali edifici, non soltanto nelle città, ma anche nei villaggi, erano di pietra" (vol. V, p. 251).

Marescialli e generali si chiedevano preoccupati che cosa sarebbe successo dal momento che questi uomini primitivi fossero penetrati nella metropoli berlinese, che, sebbene devastata, poteva loro apparire pur sempre imponente, stracarica di tesori. Essi temevano che la truppa potesse sfuggire loro di mano, e per un certo periodo accadde proprio questo. Per prevenire tali incidenti e mantenere la forza d'urto delle loro formazioni, essi fecero tutti gli sforzi possibili.

Tentarono di " istruire " in maniera adeguata i loro soldati. Ma questo compito educativo era superiore alle forze dei reparti politici delle formazioni di truppa, perché ormai non si poteva più, tutto a un tratto, far credere che il demone fascista in blocco fosse costituito soltanto da poveri lavoratori tedeschi indotti in errore. Si dovevano fare distinzioni complicate che i soldati non sarebbero riusciti a capire. I diavoli dovevano restare diavoli; oltre ad essi c'erano i sedotti, ma come li si poteva individuare?

Citazioni tratte dal libro "IN CUI PARTORIRONO" di Marco Picone Chiodo

Tutti erano tedeschi, parlavano tedesco, avevano l'aspetto di tedeschi. Alcuni sparavano giù dai tetti; era chiaro che quelli andavano stanati. Ma con tutti gli altri, che non sparavano, come si doveva capire se meritavano fiducia oppure morte?
Non si può verificare se quel tentativo di " rieducazione " abbia avuto successo, perché non sappiamo che cosa sarebbe accaduto a Berlino in mancanza di quello. In ogni caso il risultato politico che interessava a Stalin non fu raggiunto ed al dissolvimento della disciplina si poté far fronte soltanto con interventi drastici e portando immediatamente le truppe fuori dalle grandi città. Dal 15 maggio 1945 gli uomini dell'Armata Rossa sul suolo tedesco vissero in un isolamento molto più severo che qualsiasi altro esercito di occupazione. Ma anche dopo il 15 maggio gli eccessi non terminarono. Quando, all' inizio di luglio, i contingenti di truppe occidentali presero in consegna i loro settori a Berlino, i soldati sovietici commisero vere e proprie rapine notturne nei quartieri cittadini loro assegnati; per questo Zukov, preoccupato per il prestigio internazionale delle sue truppe, si rivolse a Mosca con una pressante richiesta d'aiuto. In tutta fretta fu messa in marcia per Berlino una divisione scelta, che non aveva ancora preso parte ad alcuna azione di guerra; essa riuscì finalmente a ristabilire l'ordine e la sicurezza.

Pressoché nessuna testimonianza è riferita esclusivamente alla propria persona, nessuna lascia intravedere l'ambiente che circonda il protagonista. L"idea che ciascuno porta sulle spalle un destino personale, si era andata spegnendo per i tedeschi, se non già prima della guerra e con l'evolversi dello Stato onnipotente, almeno durante la guerra stessa; infine, con la pioggia di bombe su Berlino, si era venuta formando non la comunità popolare combattente vagheggiata da Hitler, bensì una collettività di pazienti e di sofferenti.

Quando l'impotenza militare da un lato e la violenza che entrava nell'esistenza individuale dall'altro raggiunsero il limite massimo con gli stupri, codesti non furono più sentiti come un destino che colpiva l'individuo, ma come un destino collettivo: fu proprio questo fatto che aiutò molte donne a superare lo choc interiore con sorprendente rapidità. Con questo non si vuol negare che ci furono anche dei casi in cui le conseguenze fisiologiche e psicologiche portarono ad una distruzione della personalità. Alcune donne divennero pazze incurabili. La sensazione, allora predominante, di subire un destino collettivo spiega anche perché in quei giorni, nelle cantine e più tardi nelle abitazioni, si parlasse degli stupri così come si conversa sul tempo o sull'ultima distribuzione di viveri: caratteristica, nelle note, di diario delle donne di allora e nelle loro testimonianze di adesso, è la concretezza. Non parlano di se stesse, ma della cantina, della casa, dell'isolato, dell'ospedale, delle autorità o di qualsiasi altro elemento della comunità, direttamente percepibile da chi racconta. Questo rende possibile il registrare la frequenza delle violenze commesse nell'ambito della comunità interessata, tanto da permettersi se non proprio una statistica precisa, almeno un mosaico di casi non inesatto per ordine di grandezza.

Rinunciamo qui a ripetere l'analisi statistica di centinaia di testimonianze, dalla quale risulta che il numero degli stupri a Berlino è dell'ordine di grandezza di alcune decine di migliaia di casi. Quando i sovietici occuparono la capitale del Reich, Berlino aveva una popolazione di 1,4 milioni di donne, bambine comprese. Circa l'80 per cento delle violenze nel territorio della Grande Berlino sono state commesse tra il 24 aprile ed il 3 maggio 1945. Col passare del tempo, i singoli casi di stupro destavano maggiore scandalo. Se nel giro di pochi giorni quei soldati sovietici che si lasciarono andare a simili violenze non riuscirono più a trovare altre vittime, ciò non fu dovuto soprattutto alla cessazione delle ostilità, al ritorno dell'ordine o ai provvedimenti dei comandi dell'esercito, ma fu in primo luogo una conseguenza dell'astuto atteggiamento delle stesse berlinesi: esse, appena si resero conto del pericolo, inventarono una quantità di misure cautelative e di astuzie, per sfuggire al flagello o impedire il suo ripetersi. Queste misure andavano dal mascherarsi indossando stracci consunti, spalmandosi di cerone e mettendosi parrucche, all'inventare malattie infettive o ripugnanti, al reperimento di nascondigli sicuri, all'informarsi sulle abitudini dei soldati sovietici ed all'applicazione di metodi psicologici più sottili. Chi aveva la forza interiore e l'intelligenza di non mostrare diffidenza né paura ed aveva la trovata giusta al momento giusto (come quella donna che, sorpresa da sei russi, tolse dall'armadio un trenino e si mise a giocare con i nuovi arrivati sul pavimento) di regola ne uscì indenne. Altre donne scelsero un'altra strada. Tale fu la scelta di quell'ignota berlinese, dal cui diario, pubblicato, abbiamo già tratto numerose citazioni.

" Prima di andarsene, frugando nella tasca dei pantaloni, tira fuori qualcosa e lo mette sul comodino... La mia mercede! Quando mi alzo, giramenti di testa, voglia di vomitare. Gli stracci mi cadono ai piedi. Barcollando lungo il corridoio, passo davanti alla vedova che singhiozza ed entro nel bagno. Vomito... Non ho il coraggio di ripulire, perché gli sforzi continuano e l'acqua nel secchio delle pulizie è così scarsa. Ad alta voce dico: "Maledetto!" Prendo una decisione. Chiaro: qui ci vuole un lupo che tenga lontani i lupi. Ufficiale, più alto che si può, comandante, generale, quel che viene. A che mi serve il mio cervellino e quel poco di conoscenza di lingue.

Invece di essere scelte a caso, scelsero loro stesse e si cercarono un protettore russo. Se costui, da un giorno all'altro, viene trasferito, inviato d'ufficio altrove, non di rado ritorna. Se nel frattempo un altro protettore ha preso il suo posto, succede la rissa.

Ma dov'erano gli ultimi tedeschi, cui sarebbe propriamente spettato di proteggere le donne? Sappiamo del celebre attore Friedrich Kayssler, che protesse con la propria persona la sua padrona di casa e fu ucciso. Sappiamo di un'altra mezza dozzina di berlinesi (tra le decine di migliaia) che difesero le loro donne e pagarono ciò con la vita. Sappiamo di un paio di dozzine (in totale possono essere stati alcune centinaia) che, senza essere uccisi, preservarono da stupri le loro donne o le donne della loro cerchia più intima con astuzia ed intelligenza. Friedrich Luft racconta: " La casa accanto era stata distrutta a cannonate già due giorni prima. Tre persone, che si trovavano nella cantina, erano morte. Non so che cosa c'indusse a dissotterrarle: probabilmente un impulso proprio dei tedeschi, che tutto deve essere messo al suo posto. Abbiamo poi tirato fuori i cadaveri, li abbiamo collocati nel giardino vicino a noi e li abbiamo coperti con un tappeto. Questo ci permise di salvarci con l'astuzia quando i russi chiesero delle donne. Per alcuni giorni, non appena venivano da me dicendo "Dove essere donna?" ho mostrato loro una scena macabra per proteggere le donne che avevamo nascosto sotto il tetto. Andavo coi russi nel giardino, toglievo il tappeto e facevo vedere loro due donne morte. Fingevo di piangere mia moglie, tanto che i soldati, cosa che mi commosse, scoppiavano a loro volta in lacrime; taluni si facevano il segno della croce e mi regalavano qualcosa, fosse pure un tozzo di pane. Poi se ne andavano, probabilmente nella strada adiacente, per cercare donne. Ma intanto le nostre donne, di sopra, erano salve

Sappiamo anche di mariti che furono costretti ad assistere allo stupro delle loro mogli e poi furono lasciati vivi oppure furono uccisi. Alcuni non ressero a questa prova. Le donne avevano paura, ma dimostrarono coraggio: un inimmaginabile coraggio. Erano loro che uscivano dalle cantine durante le incursioni aeree e sotto le cannonate andavano a prendere acqua, che facevano la coda per acquistare il cibo, in mezzo alle esplosioni delle bombe e delle granate. Riuscirono a preparare i pasti evocandoli praticamente dal nulla, cucinandoli su fuochi di legna, dopo essere andate loro stesse a raccogliere la legna, pur essendo abituate a cucinare, fino a poco prima, col gas o con la corrente elettrica. Nascosero le ragazze giovani e tennero lontani da loro i soldati sovietici, oppure sacrificarono se stesse, non potendo far altro. Portarono la minestra agli uomini che stavano a letto, perché avevano coliche biliari o dolori ai reni, che duravano tanto quanto durava il pericolo (Non conosciamo donne che abbiano avuto coliche biliari, in quei giorni). Inchiodarono assi di legno sulle finestre senza vetri: tolsero le macerie da Berlino e lo fecero con un umorismo che stupì i russi, che spesso raccontano come facessero la catena e passandosi i mattoni dicessero: Bitteschoen, dankeschoen; bitteschoen, dankeschoen (prego, grazie; prego, grazie).

Senza le donne, nel 1945 a Berlino, la vita si sarebbe spenta. Senza gli uomini, invece, tutto sarebbe andato come andò effettivamente; ma le donne avrebbero avuto meno preoccupazioni e lavoro. Avevano nascosto gli uomini già prima dell'occupazione, affinché non fossero arruolati nella milizia popolare, e quando cominciarono le demolizioni, quando si dovettero smuovere con i mezzi più primitivi macchine che pesavano tonnellate, su cento persone che facevano questo lavoro, ottanta erano donne, non parlarono degli stupri con tono tragico; anzi, ben presto non ne parlarono più. Chi ne parla, come se avesse subìto lui questa sorte, è l'uomo, non soltanto a Berlino, ma anche nell'angolo più remoto della Germania, là dove non è mai arrivato un soldato sovietico; là ancor oggi sono gli uomini, non le donne, che raccontano storie orripilanti. Le donne erano e sono piuttosto dell'opinione che il laureando Horst Schutzler ha espresso con la quasi classica formulazione: C'erano soldati ed ufficiali che avevano l'idea errata che nella Germania fascista tutto fosse loro permesso. Fu esattamente così. Ma quell'idea non dipendeva soltanto dal fatto che erano effettivamente i vincitori, ma anche da quanto avevano provato e visto in Russia; quell'idea era da attribuirsi al modo in cui questo nemico era stato presentato ai loro occhi ed al modo in cui era stato loro dipinto.

A questo punto si può tirare in ballo Erenburg; egli ha avuto la sua Parte nel tratteggiare il profilo dei tedeschi. Però nei suoi articoli non si trova un solo passo in cui le sue affermazioni sui crimini tedeschi nell'Unione Sovietica si possano documentare. I soldati dell'Armata Rossa erano esaltati dalla vittoria ed esaltati dal contatto vivo con la civiltà occidentale. Erano esaltati nel senso letterale della parola. Anche a questo proposito esistono affermazioni concordanti: tra stato di ebbrezza e violenza esisteva di regola un rapporto casuale. In questo stato di disinibizione i soldati sovietici commisero delle azioni di cui sentivano desiderio (dopo anni trascorsi senza ferie e senza donne), ma non le commisero ad onore dell'Unione Sovietica. L'orrore per gli atti di violenza fu così generale che le violazioni dell'articolo 218 del codice penale, che vietava l'aborto, furono considerate del tutto legali. In base al calcolo delle probabilità, decine di migliaia di stupri avrebbero dovuto avere come conseguenza un buon migliaio di " figli russi ". Non ne conosciamo nemmeno uno. Com"è possibile?
Ci dà un chiarimento un'affermazione del pastore dottor Heinrich Gruber: Dinanzi a tutte queste circostanze ci eravamo decisi ad invalidare per questo periodo l'articolo 218 del codice penale. In aggiunta alle disinfezioni immediate compiute dal medico e dalle infermiere a tutte le donne e le ragazze che si presentarono da noi, abbiamo messo in atto il suggerimento morale di compiere aborti.

Citazioni tratte dal libro "e maledirono il giorno in cui partorirono di Marco Picone Chiodo

In realtà l'articolo 218 fu applicato solo nei casi in cui si trattava di "figli di russi ", cosicché nella Germania odierna esiste una quantità di giovani perfettamente integrati nella società, i cui padri sono francesi, inglesi, belgi, danesi, americani bianchi, ma figli di soldati russi non ce ne sono. (Oggi però, in base alle leggi vigenti nella Repubblica Federale, una donna è costretta ad allevare un bambino anche se è stata violentata da un criminale). Abbiamo fatto sondaggi per appurare se, dopo la resa le autorità tedesche hanno invalidato formalmente e per iscritto il divieto degli aborti nell'ambito della Grande Berlino. Non abbiamo trovato prove di questo, ma ciò non significa che un provvedimento del genere non sia stato preso.

L'avvocatessa signora K.-Sch., abitante a Wedding, dichiarò di non ricordarsi che in quel periodo (si tratta dei mesi che vanno da maggio ad agosto del 1945) sia stato istruito qualche processo per aborto compiuto su sé o su altre persone. Sulla base di quanto le è noto, una commissione avrebbe autorizzato ufficialmente l'interruzione della maternità, se la partoriente avesse dimostrato di essere stata violentata. L'avvocato dottor R., che al tempo della resa viveva a Konigsberg, venne il 20 settembre 1945 a Berlino e cinque giorni dopo fu autorizzato ad esercitare la professione.

Come molti avvocati berlinesi, nel periodo di transizione, egli assolse occasionalmente le funzioni di giudice, dovendo trattare gli "arretrati" lasciati dai giudici regolari nazisti, i quali nel frattempo erano stati esonerati dal loro incarico. Il dottor R. ritiene impossibile che le autorità di Berlino abbiano emanato una disposizione in base alla quale le donne violentate dai russi avrebbero potuto abortire impunemente; una disposizione di questo tenore sarebbe stata impensabile se non altro per la grande suscettibilità dei russi a questo proposito. Ci sarebbe stato piuttosto un tacito accordo tra polizia, pubblici ministeri e giudici, nell'adottare la più ampia indulgenza possibile. Anche il dottor R. non conosce alcun processo penale istruito in questo periodo per violazione dell'articolo 218. " Perciò è impossibile fare una valutazione, sia pure approssimativa, del numero di aborti; d'altra parte, questi non erano affatto da imputarsi totalmente a stupri commessi dai russi. Numerose donne interruppero la maternità perché pensavano che in quei tempi di miseria non avrebbero potuto nutrire i loro figli. Presso l'ufficio stampa del tribunale di Berlino è stato possibile appurare che, subito dopo la resa, una commissione composta da giuristi, funzionari di polizia, funzionari di Stato e rappresentanti del clero, discusse sul modo per aiutare le donne incinte in seguito ad uno stupro. Poiché la discussione minacciava di continuare fino a che queste donne avessero già partorito, "i dibattiti s'insabbiarono. Nessuna donna fu perseguita per aborto compiuto da sé o da estranei su di lei. A Berlino vigeva il tacito accordo di non intervenire. Non è dimostrata l'esistenza di una direttiva delle autorità giudiziarie che suggerisce di tenere un comportamento passivo. In nessun caso sono state impartite disposizioni scritte ".

Un colonnello: " Mosca si sarebbe accattivata la simpatia della popolazione se non avesse permesso le violenze, soprattutto verso le donne. Il nostro vero odio era rivolto allora contro gli alleati occidentali, da cui ci sentivamo abbandonati ai sovietici

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